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Imparare a volare

Venerdì scorso l’ufficio era piacevolmente tranquillo. Ognuno di noi era intento nel proprio lavoro ed il telefono non aveva ancora cominciato a squillare. Si sentiva solo il leggero e veloce battere delle dita sulle tastiere. All’improvviso, un rumore insolito e leggermente soffocato ci fece distogliere lo sguardo dai monitor. Sembrava provenire dal vecchio caminetto in disuso. Dopo un breve scambio di sguardi perplessi, ci avvicinammo cautamente per controllare e trovammo quello che mai mi sarei aspettata: un piccolo di gabbiano.

Fu così che incontrammo Jonathan.

Il piccolo era capitombolato giù per il camino ed era ovviamente piuttosto spaventato, tutto coperto di polvere e fuliggine. Se ne stava accovacciato in mezzo al caminetto, con l’ala sinistra leggermente aperta, tuttavia non sembrava ferito. Cercando di non spaventarlo ulteriormente, lo aiutai delicatamente a ripiegare l’ala, in modo da riuscire poi a raccoglierlo e portarlo fuori sulla nostra terrazza. Un volta lì, speravo che si sarebbe ripreso dallo spavento e avrebbe fatto ritorno al suo nido sul tetto. Sfortunatamente, realizzammo presto che la cosa sarebbe stata più complicata del previsto: il piccolo ancora non sapeva volare.

Fu allora che decisi di chiamarlo Jonathan, in onore del famoso e anticonvenzionale gabbiano Jonathan Livingston.

Il piccolo gabbiano Jonathan – Dublino 2009

Da allora Jonathan è rimasto sempre con noi e sembra stare bene nonostante non riesca a tornare al suo nido. Fortunatamente i suoi genitori lo hanno visto sulla terrazza e scendono spesso a dargli da mangiare. Io mi sto prendendo cura di lui come meglio posso, lasciandogli un po’ di cibo e acqua fresca tutti i giorni. Avendolo così vicino, ho avuto modo di studiare il suo comportamento. È interessante osservare come si stia lentamente adattando al nuovo ambiente e quanta tenacia, sforzo e frustrazione metta nel provare ad imparare a volare.

Osservandolo, mi sono ritrovata a pensare come Jonathan, dopo tutto, non sia poi così diverso da ciascuno di noi. A volte nella vita ci può capitare di ruzzolare giù per un camino e ritrovarci bloccati su una terrazza, e presto o tardi dobbiamo decidere se rimanere su quella sicura, familiare, forse poco emozionante terrazza aspettando che accada qualcosa, o invece sporgerci dal bordo, prendere un respiro profondo, aprire le ali e saltare verso l’ignoto.

Alcune persone rimangono. Alcune persone saltano.
Non c’è nulla di sbagliato. A meno che non si scelga di rimanere solo per la paura di saltare.

Mi piace Jonathan. Anche se è incredibilmente rumoroso.
Tuttavia ogni mattina, quando arrivo in ufficio, mi auguro di non trovarlo.

Questa è un’edizione riveduta dell’articolo che pubblicai sul mio blog personale il 26 giugno 2009, quando ancora vivevo e lavoravo a Dublino, in Irlanda. Jonathan finì col rimanere con noi per un’altra settimana, continuando a fare pratica di volo. Poi, un giorno, tornai dalla pausa pranzo e lui non c’era più. Ce l’aveva fatta. E io mi sentii orgogliosa, e felice, e triste, tutto allo stesso tempo. Ora, quando mi capita di sentirmi bloccata, ripenso a Jonathan e a quanto quel primo volo dalla nostra terrazza debba averlo fatto sentire libero.

Che ne pensate? Vi siete mai sentiti bloccati in un posto, in una relazione, in una vita, che non sentite più vostri? Siete per rimanere o per saltare? Mi piacerebbe sentire il vostro parere, condividetelo lasciando un commento qui sotto.

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